Cinquantasei balene

di Giorgio Cattaneo

Cinquantasei balene. Dice la storia, o meglio la leggenda, che un giorno si arenarono – tutte insieme – sulle coste messicane. Proprio quel giorno aveva chiuso gli occhi l’immenso Charlie Mingus, in una località chiamata Cuernavaca. 
Cinquantasei balene, a salutare il genio: svanito (o traslocato, dipende dai punti di vista) all’età di cinquantasei anni precisi. Gli si ricordano composizioni memorabili, tali da incoronarlo tra i massimi giganti del be-bop: l’arte che pretendeva che il mondo, finalmente, si accorgesse dell’altra metà dell’emisfero, quello nero.
E cosa aveva detto, il sommo Charles Mingus?
Questo: che non ci vuole niente, a complicare qualcosa che è banale. Viceversa, il difficile – il cuore della creatività – sta nel suo opposto: saper rendere semplice, subito leggibile, quello che si presenta come terribilmente astruso. Ermetico, complesso, insormontabile.
Ma cosa c’entra, il grande jazz, con la pittura su ceramica?
In apparenza, niente.
Esattamente quanto le petunie bianche e lilla sul balcone e, appena più là – oltre il breve sorvolo dei colombi – i denti diroccati del castello medievale di Avigliana.
In che tempo viviamo?
In nessun tempo, sembrerebbe, se è vero che l’acquario è popolato di vestigia a cui passiamo accanto con indifferenza, anche se poi favellano ciarliere, volendo, appena ci si ferma ad ascoltarle.
Tempo: dev’essere il colore preferito dagli artisti. Quello che amano fermare, quando si mettono a comporre le loro musiche cromatiche. E non importa dove: persino su piastrelle, su tazzine.
Fermare il tempo, per catturare il bello.
Il cosa?
Il bello, sì. L’estetica. Tema vastissimo (della serie: brevi cenni sull’universo).
Può darsi che non la pensino così i nipotini di Peggy Guggenheim, gli impagliatori di cavalli e muli da appendere al soffitto, nelle fiere-freezer dell’arte obbligatoria, quella che ormai richiama un pubblico a sangue freddo, ammaestrato e conformato all’ostentata indifferenza per il difforme.
Daltr’onde: c’è qualcosa di più desueto, oggi, della pittura su ceramica? Di più garbato e silenzioso, in epoche di chiasso organizzato?
Pittori della domenica, chiamava con affetto Paolo Conte i minuti sognatori della sua provincia, affezionati all’impalpabile, alla dorata tenerezza di stagioni andate. E lui se ne intendeva, e se ne intende, della nobile razza dei Mingus e di tutti gli altri incantatori di balene, torridi e calienti.
Per nascita e cultura, Paola Comolli non fa parte di quel club, però – c’è da scommetterci – ne ha il massimo rispetto.
Anche perché il non detto (parafrasando sempre il grande baleniere swing) è che comunque, per arrivare a essere semplice, devi pur fare la tua brava scuola, debitamente severissima.
E non si scappa: che ti chiami Duke Ellington o Charlie Parker, Bird.
Paola Comolli racconta di un’esposizione nella sua Torino, nientemeno che a Palazzo Madama. Erano gli anni Ottanta: quelli di cui chiunque abbia un cuore, oggi, non può che provare nostalgia.
C’erano porcellane miracolate di splendore, grazie alle allieve ceramiste della professoressa Minni Serra, rinomata principessa della specialità.
Così arrivò il momento del fatidico passaggio successivo: da spettatrice ad aspirante artefice.
Maestra zen, Franca Musso Binello.
La disciplina ferrea dell’apprendere. L’inflessibile, implacabile fermezza nell’esigere.
Sei mesi – sei – per ottenere la prima, sospirata approvazione. Cioè: per sentirsi dire che non era esattamente una schifezza, quella primigenia margherita (sudatissima) dipinta su una mattonella.
Dipinta come?
Ah, con il cuore. Questo è sicuro. Usando, certo, l’armamentario dei colori. Il nettare nel quale intingere il pennello, o il sottilissimo pennino.
Lavori di cesello, mica scherzi.
Da progettare quasi al microscopio, però eseguiti a mano libera. Per poi essere traslati, come reliquie, dentro il forno che li renderà immortali.
C’è anche l’alchimia, in tutto questo. Prodigio chimico, la trasformazione. L’estasi materica.
D’accordo: processo naturale. Ma tutto, comunque, nasce prima.
Quando?
Prima, quando ti guardi attorno. E pensi.
Pensi ai colori che ti tentano. Ai toni che ti rappresentano. All’elegia delle petunie che ripetono l’arcobaleno, dal terrazzo affacciato su Avigliana.
Così pensi al pastello, all’infinita morbidezza in cui ogni stagione decanta il suo fiorire, sulla Terra.
Poi, certo, accoglierai parole già sentite. Va da sé: le tue.
La passione innata per i discorsi che sa accendere la pittura dei fiamminghi. E la predilezione per la finezza estrema degli incisori, per i gesti sottilissimi che solo gli asceti giapponesi sanno raffinare, quando si tratta di misurarsi con l’eternità.
Così, pian piano compariranno fiori, uccelli, insetti.
Come se fossero felicemente evasi dai paradisi immanenti di Arcimboldo, mago sapiente dell’arcano che s’innerva in ogni filo d’erba.
E forse si capisce, anche (e soprattutto) la lezione di quelli come Mingus.
La matematica essenziale, elementare, delle emozioni più profonde.
Ha ben piccole foglie, la pianta del tè. In fondo, Ivano Fossati – dal suo mare domestico – è come se ripassasse la lezione.
Paola Comolli l’ha imparata, nell’azzurrità dei cieli quotidiani. Negli occhi valsusini di chi guarda e ascolta, e lascia che il cielo poi fermenti: per tutto il tempo necessario.
Sciorinerà ceselli d’oro liquido, fermando il tempo a modo suo, rendendo unica qualsiasi superficie bianca. Inimitabile, istoriata di maestà. Una preghiera da recitare sottovoce, lungo il rosario infinito delle forme.
Ami le fragole, o preferisci che siano roselline?
Vuoi le campanule, gli steli di bambù, le ali di farfalla?
Vuoi che diventi unica, la storia che si può inventare sulla superficie bianca creata dai maestri ceramisti?
Succede, è già successo.
Cominciarono a Meissen, tra le brume teutoniche della Sassonia. Era l’alba dell’Ottocento: Mitteleuropa fredda, ma innamorata del Sol Levante. 
C’è una lunga storia, tutta nostra – dice Paola Comolli – nell’avventura visionaria dell’imprimere forme e colori sul bianco della porcellana.
Un esercizio certosino, fatto di precisione. Pazienza e tecnica, al servizio di un’idea creatrice.
Lo sa benissimo, l’artista torinese trapiantata in val di Susa, nel fiordo verde dove soffia il vento del Rocciamelone.
Se ti piace dare forma al vuoto, inventando una tua storia, è facile che cominci con l’acquerello, per poi passare magari alla tempera, alla pittura ad olio.
Calma interiore: quella è la bussola.
E allora, piano piano, ti dirigi verso un matrimonio complicato e riuscitissimo: deporre i tuoi pensieri colorati sulla superficie – sempre bianca, ma tridimensionale – di una minuscola tazzina, magari impreziosita da rifiniture in oro zecchino.
Così un giorno la tua arte finisce col prenderti per mano, portandoti a spasso per l’Italia e magari anche a Friburgo, nel regno dei maggiori appassionati, mostrando quel che ormai hai imparato a fare.
Dipingere su ceramica, dice l’artista valsusina, ti regala l’opportunità di dare un’anima a un oggetto bianco, trasformandolo in un pezzo unico.
E non è affatto un mestiere d’altri tempi, la decorazione della porcellana: le più importanti manifatture del continente, le più prestigiose, ancora oggi – precisa la pittrice – riproducono quell’arte inimitabile: sia ripetendo i gesti dei secoli trascorsi, sia proponendo forme attuali, vicine all’home design.
Messaggio recepito: Paola Comolli opera su complementi d’arredo e per la tavola, su recipienti e lampade, su bomboniere, sull’oggettistica per ricorrenze realizzata in stile classico e contemporaneo.
Disegni e cromatismi così millimetrici, volendo, da ornare anche monili, ciondoli e collane.
Insetti e fiori, piante. Sogni.
Possono e vivere e abitare persino su barattoli, scatole porta-spezie, segnaposto per la tavola. Targhette personalizzate per la casa o il giardino. Un’impronta esclusiva, unica, per suggellare l’identità di un luogo, per celebrare un sentimento.
Protezione: la custodia interiore di qualcosa che prima non c’era, e che quell’alchimia segreta ha fatto scaturire, fermando i colori nel piccolo santuario del bianco immacolato.
Pace e calma, la saldezza che nasce dalla quiete.
E va a fiorire dove vuole, come crede, andando in cerca di emozioni.
Ascoltando le storie, le leggende dell’umanità viaggiante. Capace di sognare le sue cinquantasei balene, per rendere immortale il commiato di un grandissimo.
Il difficile è quello: renderlo semplice, il prodigio.
Arabescando un universo intero, capace di abitare dentro il bianco. 
Questione di centimetri. Millimetri.
Maestria. La silenziosa perfezione, senza tempo: l’armonia. Era tanti anni fa, quando il mondo andava ancora a benzina e il diesel non sembrava qualcosa di particolarmente fuorilegge.